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robertorampi
per confrontarsi, discutere, ragionare
 
 









Il potere non è della forza, ma della conoscenza
Antonio Gramsci

Qualunque cosa si dica in giro, parole ed idee possono cambiare il mondo
Dead Poets Society

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo
Mohandas Karamchand Gandhi

Perché basta anche un niente per esser felici, basta vivere come le cose che dici
Roberto Vecchioni - Canzone per Alda Merini

E’ per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perchè in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore
Peppino Impastato


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CULTURA
17 febbraio 2010
Spazi culturali, risorse pubbliche ed energie del territorio

In questi quattro anni di Politiche Culturali a Vimercate uno degli obiettivi principali che ci eravamo dati era quello di moltiplicare gli spazi culturali della nostra città. Sono convinto che il compito principale del pubblico nella cultura dovrebbe essere quello di dare spazio, di mettere a disposizione luoghi in cui possano trovare casa le proposte culturali che emergono dal territorio e insieme all’attività di approfondimento, conoscenza e divulgazione della nostra storia locale e dei monumenti che la caratterizzano, così come la capacità di fornire strumenti per cogliere il presente.

Questo è l’impegno principale che ci siamo presi. Con l’acquisto di Villa Sottocasa nel 2001 è iniziato ad esempio un nuovo ciclo. La Villa, ben lontana da essere un elemento di costo, è stata un’opportunità che ha permesso di ricevere finanziamenti dallo Stato, dalla Regione, da Fondazione Cariplo e di mettere in moto opportunità culturali sostenute in particolare dalla Provincia di Milano. L’acquisto della villa, lo ricordo, è il risultato di una partita di giro che ha “scambiato” la rete sotterranea del gas e la palazzina di Villa Gussi senza costi diretti per le casse comunali. Oggi il suo futuro è particolarmente legato al progetto di farne uno dei poli culturali della nuova provincia di Monza e Brianza e contemporaneamente di farne uno dei poli museali del territorio, uno dei tre Musei pubblici della nuova provincia che è già e sarà sempre di più un motore culturale e turistico nel rapporto con le scuole, con le aziende del territorio, con gli altri Comuni, con gli Enti superiori.

Attorno a questo polo in questi anni Vimercate ha riaperto, senza grandi clamori, due nuovi spazi culturali per lo spettacolo dal vivo: il nuovo TeatroOreno che oggi è una realtà viva, che vede quasi tutte le sere la sala impegnata e accoglie oltre all’attività tradizionale dell’oratorio, una rassegna amatoriale e un importante progetto di produzione teatrale contemporanea, uno dei 2 sostenuti da Fondazione Cariplo in provincia di Monza e Brianza.

E se questo teatro, realizzato grazie all’impegno della comunità orenese, col supporto dell’amministrazione comunale è un ottimo e innovativo spazio teatrale, mentre la musica e le conferenze possono trovare casa in maniera ottimale nel nuovo auditorium nel Centro Omnicomprensivo in via Adda, rimesso completamente a nuovo con ingenti interventi della Provincia di Milano anche con l’interessamento dell’amministrazione comunale. In fondo a via Cavour abbiamo aperto la nuova galleria di Vimercate: viacavoursettantasei è uno spazio comunale gestito da un’associazione che vede protagonisti i commercianti della via e che offre uno spazio in più per l’arte e la creatività, in parallelo a quello della biblioteca civica.

Non capita facilmente di aprire quattro nuovi spazi per la cultura in un solo mandato amministrativo. E particolarmente in un’epoca in cui le risorse proprie dei Comuni sono in crescente, drammatica riduzione, nell’indifferenza degli organi superiori e dello stato (o governo) centrale.

Questo vuol dire fare squadra con le energie del territorio: con le realtà private, con gli altri Enti Pubblici, con i tessuti associativi. È più difficile ma produce risultati che in qualche misura sono anche più forti e più concreti.

Per completare il quadro non può mancare un nuovo rapporto con gli spazi delle Torri Bianche che, con la nuova gestione di The Space, vedranno un crescente rapporto con la città, le scuole, le diverse forme di aggregazione e non solo per quel che riguarda il cinema e che ha visto recentemente il riaffacciarsi di una proposta di cineforum in un luogo fino ad ora lontano da questo tipo di proposta.

Questo impegno complessivo non può non incrociarsi anche con il futuro dello storico teatro di Vimercate, quello che fu il Teatro Pace e che oggi è il Capitol, di proprietà privata. Su questa proposta culturale per la città il sistema pubblico ha investito infatti somme ingenti negli ultimi 7 anni. Questo significativo progetto culturale oggi ha bisogno però di nuova linfa vitale per ripensarsi e ricollocarsi in un contesto che negli ultimi 10 anni si è andato a modificare in maniera rilevante. Sono mutate le forme dell’espressione della cultura, della sua fruizione e della sua gestione.

E’ necessario che tutti lavorino per rilanciare questo luogo che racchiude importanti momenti della storia culturale cittadina, ripensando anche radicalmente quella struttura, cercando di  valorizzare ciò che è stato e nel contempo di rendere competitiva ed accogliente una proposta per le sfide che il futuro ci presenterà; un cambiamento che insieme vorremo governare. L’accompagnamento e il sostegno  dell’amministrazione pubblica è garantito, ma dovrà avere le stesse caratteristiche di tutti gli altri interventi: una funzione di regia, di supporto, e l’appoggio alla capacità di reperire risorse che vadano ad aggiungersi a quelle in costante diminuzione che lo Stato da troppo tempo sottrae ai Comuni in particolare ed ancor più alla cultura in particolare.

 

Roberto Rampi

vicesindaco e assessore alle politiche culturali




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CULTURA
1 gennaio 2010
medusa a capodanno, holmes e la bocciofila

L'ultimo giorno di questo intensissimo e brevissimo 2009 era iniziato con la premiazione a mezzanotte del quarantesimo trofeo di bocce Città di Vimercate. Età media piuttosto elevata per gli oltre 500 partecipanti. Un gioco di intelligenza e pazienza che mi ha sempre affascinato. Semplice, con molta passione, pochi denari  e una gran voglia di stare insieme. Nel pomeriggio il bel Sherlock Holmes di Guy Ritchie. Il segugio londinese è una delle mie grandi passioni di sempre. Quello di Robert Downey jr calca più i contenuti e la figura degli splendidi romanzi di Doyle, e della tradizione di apocrifi che li ha seguiti, che l'icona stereotipata che l'aveva reso algido e noioso e un po' macchietta. E' un quarantenne eccentrico e geniale, con tutti gli sbalzi e i pericoli che il suo medico ed amico ha sempre dolcemente raccontato. La regia brillante e dinamica lo rende facile e scanzonato, il cattivo è forse un po' stereotipato ma quell'idea di governare con la paura forse non era poi così balzana, purtroppo. Per il cenone poi un consigliabilissimo giapponese Ri Xin (significa “ogni giorno tutto nuovo”), un brindisi tra amici e una Milano nebbiosa. A ricordarci che la bellezza che possiamo scoprire e costruire da queste parti è da un po' troppo tempo avvolta in una cappa. Non indossa né il vecchio, le tradizioni di cui tanto si riempie la bocca ma per cui in concreto fa molto poco, né il nuovo, la modernità di cui una volta era modello. Non crede in nulla che sia pubblico e collettivo e coltiva solipsismo e consumismo come uniche divinità. E qui i progetti per il decennio che si apre si fanno ambiziosi, complessi ma affascinanti.


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POLITICA
24 dicembre 2009
auguri a mente aperta
Nel tempo degli auguri vien da pensare alle tante persone che avrebbero bisogno che lo spirito del Natale, se nel consumismo dominante riesce a sopravvivere, alberghi nei cuori e nelle menti ogni giorno dell’anno che si affaccia alle porte. A chi in questo Paese è straniero e viene accolto non con lo spirito delle “radici cristiane” ma con una propensione che ricorda piuttosto Erode. Ai povericristi gettati in carceri sovraffollate in cui si soffre e a volte si muore, mentre là fuori si preoccupano della presenza del Crocifisso sui muri, trascurando la Sua assenza nei comportamenti quotidiani. Ai lavoratori e alle famiglie colpite dalla crisi e sempre più costretti a gesti pericolosi ed eclatanti per chiedere risposte a bisogni normali, in un mondo della comunicazione in cui ha spazio solo lo scandalo. A tutti coloro che fanno il loro dovere semplicemente, compiendo così un gesto straordinario. Alle persone che non son più con noi ed al loro ricordo.
A tutti loro la speranza che contiene ogni vita nuova, lo spirito che alberga nel cuore bambino che sa guardare al futuro con speranza e lavorare a quel futuro.

 

CULTURA
12 dicembre 2009
Il senso del collettivo stare insieme

In questi giorni una serie discussioni virtuali e di non discussioni reali mi hanno riportato a riflettere su un tema caro e cruciale. Il concetto del gruppo, del collettivo, del noi. Nel tempo dell’io.

Dialogo, ascolto, stare insieme. Parole difficili. Ma se non si è capaci di stare insieme tutte le regole, le modalità, le formule più fantasiose non possono risolvere il problema.
Un collettivo, qualunque collettivo, ha poche regole semplici e difficili al tempo stesso:
 
La fiducia. Che è anche il pregiudizio positivo verso gli altri del gruppo. E che significa che uando qualcuno fa una cosa non si pensa male. E non si crede neppure a chi ti racconta male. Lo si cerca e gli si chiede spiegazioni, certi che avrà un ottimo motivo.
 
Il rispetto. Che significa anche che nessuna posizione la si bolla con giudizi affrettati ma si prova a capirla. Certamente qualcosa di interessante ci sarà.
 
La solidarietà. Gioire dei risultati degli altri. Viverli come un successo collettivo. E rispettare le fatiche degli altri, le difficoltà, i sacrifici. Spesso non detti.
 
Senza queste condizioni non si sta insieme.
 
Mi sembra che i valori culturali proposti dalla destra, a cui dovremmo contrapporre un’alternativa di cui c’è sempre più, si siano invece da tempo insediati tra di noi.
 
Prende sempre più spazio un modo di confrontarsi muscolare, competitivo, diffidente verso l’altro. C’è molta, troppa invidia. In una parola domina l’individualismo. Ma senza cultura cooperativa la nostra battaglia non inizia neppure.
 
E continuo a pensare che tanto più si hanno responsabilità tanto più si deve lavorare a trovar soluzioni, non a sottolineare cosa non funziona. La responsabilità è questo: l’abilità di dare risposte. Dovrebbe essere sempre la nostra cifra distintiva. Proporre di più, fare la prima mossa, con il rischio di essere per questo criticati.
 
Prendere parte quando serve, essere partigiani, con convinzione e per convinzione. E al tempo stesso non dimenticare mai che la parte è parte dell’insieme.
 
Abbiamo tanto bisogno di questo. Di un rinnovato spirito di gruppo. E dipende da ognuno di noi, dai suoi gesti e dalle sue parole.
 
cfr La parola io (Giorgio Gaber) www.youtube.com/watch



permalink | inviato da robertorampi il 12/12/2009 alle 0:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
5 novembre 2009
Libertà vo cercando, ch'è si cara
il MuroQuando penso al Muro di Berlino non posso non tornare a un’estate del 1988. Avevo 11 anni. Attraversavo la terra di nessuno tra i due muri (ce n’era uno molto più “serio” alcune decine di metri indietro verso Berlino Est, fortificato, con filo spinato e torrette). Pensavo a queste persone divise (e non sapevo ancora che la bellissima Futura di Dalla era nata così). Pensavo all’enormità della Storia con la s maiuscola sulle loro teste e sulle loro vite. E la sentivo pesare anche sulla mia di ragazzino. Tanto che quella è la prima volta in cui so di aver pensato che sarei finito. Più che morto, finito. Che un giorno io non ci sarei più stato. E il mondo invece si. E con lui quel muro che mi sembrava uno di quei segni forti del mondo, come la tour Eiffel, la statua della libertà e cose simili. Ironia della sorte, o meglio della storia, il muro sarebbe crollato di li a un anno. E nell’impeto che lo travolse abbiamo tutti sentito risuonare il desiderio di libertà, di un mondo migliore che superasse l’incubo della minaccia atomica e la rigida morsa dell’equilibrio armato che aveva trovato il mondo dopo due guerre mondiali. Una pace armata di un’umanità al tempo stesso sconvolta dal punto raggiunto dalla banalità del male durante la guerra, e tuttavia schizofrenica tra spinte di redenzione e cupa accettazione dei blocchi confezionati ad Yalta. Io ragazzino di una famiglia della sinistra libertaria, che aveva creduto nel ’68 e tifato per i ragazzi della rivoluzione di Praga come per quelli di quella dei garofani a Lisbona, che mi aveva cresciuto con il rifiuto tanto dei Pinochet che dei Ceausescu, tanto degli Hitler che degli Stalin, e che tifava per Gorbaciov e per la sua Perestrojka e per Padre Jerzy Popieluszko e Solidarnosc, io con nel cuore il gelo della terra di nessuno nel centro di Berlino ed il fascino fantascientifico di Alexander Platz in  questo anniversario che rischia di diventare ancora strumento di nuovi muri non posso non pensare ai ragazzi di Berlino di allora, alla loro gioventù oppressa dalla cappa e dal grigiore di una DDR che era il massimo esempio di quanto può diventare brutale e disumana l’uguaglianza senza la libertà. Ma insieme a loro non posso non pensare a tutti quei ragazzi a cui crollava il sogno, l’ideale di un mondo più giusto in cui dare a ognuno secondo il suo bisogno e chiedere a ognuno secondo le sue capacità, e in cui permettere ad ogni talento, ad ogni uomo di realizzarsi al pieno delle proprie inclinazioni. E non pensare oggi ai figli di quei ragazzi dell’est, alle loro vite catapultate insieme alle nostre nei “sogni indotti”del consumismo, ai viaggi disperati di tanti ragazzi e ragazze verso le promesse del nostro successo facile, e alla deriva nazionalista e nera che soffia sull’Europa proprio da est. E ad un Papa polacco che ricordava “le esigenze da cui il socialismo reale aveva preso le mosse, cioè lo sfruttamento a cui un inumano capitalismo aveva sottoposto il proletariato”, a Riga nel settembre 1993. Wojtyla, che più di chiunque aveva contribuito a combattere e battere quella costruzione priva di anima e di libertà, già vedeva un nuovo nemico, forse più pericoloso, quel consumismo che è la moderna fonte dell'alienazione e deformazione antropologica e valoriale. Dopo venti anni c’è ancora molto di cui gioire, a partire proprio da come Berlino ha saputo ridisegnarsi e ripensarsi, una delle città in cui architettonicamente e socialmente memoria e futuro vanno a braccetto e la cui capacità attrattiva per le nuove generazioni è fortissima. Ma più che lanciarsi in festeggiamenti a volte con il sapore di una sterile rivalsa forse occorrerebbe riflettere su che fine ha fatto quel desiderio, quel sogno di libertà che percorreva l’Europa delle cortine infrante e come riprendere in mano la lotta di quei ragazzi per una libertà piena di tutti gli uomini senza differenze di credo, ceto, razza, orientamento sessuale. I muri da abbattere di fronte a noi sono ancora molti.

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POLITICA
14 ottobre 2009
Il partito del Noi
Il punto di vista di chi ha l'onere e l'onore di partecipare al governo di una città mediogrande fra le più belle della Brianza è decisamente privilegiato. Oggi Vimercate è una delle due città oltre i 15mila abitanti che il centrosinistra governa ancora in Brianza e una delle poche dell'area metropolitana milanese. Amministrare una città permette di avere a che fare ogni giorno con i problemi delle persone e di provare a risolverli, di doversi confrontare con le difficoltà di bilancio che i Comuni hanno in questa epoca storica e con i bisogni crescenti che i cittadini chiedono giustamente ai loro amministratori di risolvere.
Un'esperienza come quella di Comune Aperto in cui tutti i lunedì per un paio d'ore riceviamo senza appuntamento chiunque voglia in Municipio dovrebbero farla tutti per avere il polso di chi sono i cittadini, del bisogno di essere ascoltati, un bisogno che è psicologico oltre che materiale... la casa, il lavoro, i servizi per i loro figli, l'attenzione, un senso di comunità che si è perso.
Ecco credo che si debba partire da qui, da un ribaltamento dei valori dominanti, rimettere al centro le persone e i loro bisogni, rimettere al centro l'altro non come limite per il nostro io, ma come realizzazione di noi. Il “noi” “è il pronome del futuro.
Ce lo dice l'ambiente, il pianeta su cui viviamo che per troppo tempo abbiamo considerato come un oggetto da utilizzare e consumare all'infinito e che oggi iniziamo a capire essere il nostro contesto: una parte di noi che ogni volta che consumiamo si perde e ci rende la vita, materiale e immateriale, più difficile. Ce lo dice il mondo del lavoro che ha bisogno di dignità, di forme nuove per regolare un dinamismo che invece diventa precarietà. Precarietà dell'esistenza, precarietà anche della propria vita, in pericolo, e abbassamento progressivo della qualità. Bisogna ripartire da qui e combattere il consumismo che non è solo un'idea economica di produrre, usare e gettare, su cui forse questa crisi ha iniziato a mettere una luce diversa, ma è anche consumare gli altri, consumare le relazioni.
Alla politica si chiede responsabilità. L'abilità, la capacità, di dare risposte. È di tutto questo che il nostro congresso e il voto del 25 ottobre deve parlare. Abbiamo provato a farlo in Brianza con Enrico Letta e Rosy Bindi. Lo fanno ogni giorno centinaia di volontari appassionati nei nostri circoli. È anche per questo che ho scelto di sostenere Pierluigi Bersani. Credo che abbia il fascino della concretezza, una storia di amministratore pubblico che ha dovuto affrontare i problemi delle persone e quella di un Ministro che l'innovazione l'ha praticata e che si è messo in luce per le cose concrete che ha realizzato e non per le polemiche con i colleghi di maggioranza. E per questo Bersani più di altri può costruire il partito del noi È questa la svolta che serve al Partito Democratico: un punto di partenza per una svolta che serve al Paese.
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