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robertorampi
per confrontarsi, discutere, ragionare
 
 









Il potere non è della forza, ma della conoscenza
Antonio Gramsci

Qualunque cosa si dica in giro, parole ed idee possono cambiare il mondo
Dead Poets Society

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo
Mohandas Karamchand Gandhi

Perché basta anche un niente per esser felici, basta vivere come le cose che dici
Roberto Vecchioni - Canzone per Alda Merini

E’ per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perchè in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore
Peppino Impastato


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POLITICA
9 maggio 2012
Un abbozzo di riflessione
Vorrei offrire al dibattito in forma di pensieri sparsi due punti di riflessione assolutamente parziali e provvisori:

 

La democrazia rappresentativa come l’abbiamo conosciuta, ereditata dal ‘900 e costruita attraverso enormi tragedie e sofferenze ha bisogno come l’acqua per vivere dei cosiddetti corpi intermedi (partiti, associazioni …) . Questi sono il prodotto di un tipo di società che non esiste più fatta di tempi e luoghi del vivere comune (fabbriche, oratori…), di interessi comuni magari contrastanti tra loro ma non parcellizzati. I corpi intermedi sono il prodotto dei luoghi e dei tempi di vita comune, non la causa né l’origine, anche se poi hanno spesso organizzato e dato forma, consapevolezza, coscienza a questa spinta aggregativa dalle società del ‘900. È l’organizzazione sociale che ha permesso lo sviluppo di questi corpi. Finita questa struttura sociale, saltati i corpi intermedi come si erano concretizzati la democrazia rappresentativa come pensata nel ‘900 non funziona perché manca il luogo di mediazione tra i molti e i pochi, tra il particolare e l’universale. Si produce uno scollamento che diventa sempre più uno iato, una distanza siderale e incolmabile.

 

 

Il paradigma degli anni ’60 e ‘70 per cui con scolarizzazione di massa l’accesso alla cultura avrebbe permesso a tutti di decidere superando la funzione dei corpi intermedi non ha funzionato perché se è vero che oggi la cultura è diffusa, lo è ma in forma diluita e approssimativa. Questo fa si che spesso il singolo individuo non dispone di tutti gli strumenti per affrontare alcuni temi, pur magari ritendendo di disporne; dall’altro non esiste più nemmeno una classe dirigente in cui si riconosca, cui riconosca autorevolezza e ruolo e che possa svolgere un ruolo di “guida” (leadership nel senso autentico e profondo del termine. Troppo spesso in questo senso confondiamo il consenso e la produzione del consenso con la produzione di contenuti e di pratiche democratiche (la produzione della consapevolezza e della responsabilità e della comprensione delle responsabilità). Istintivamente l’essere umano coglie e focalizza le proprie necessità, i propri desideri ed  interessi individuali ma occorre poi un percorso più articolato che porti alla comprensione che non tutti questi automaticamente diventano diritti, che tra desiderata e diritti entrano in gioco i desiderata degli altri e i doveri che permettono di avere diritti,  l’incrocio con gli interessi degli altri e la realizzazione compatibile dei nostri desiderata.

 

Su questi due punti almeno occorre a mio parere una riflessione molto profonda che metta in discussione i paradigmi della rappresentanza, della rappresentatività e della rappresentazione come li abbiamo conosciuti e provi a mettere in campo forme anche radicalmente nuove ed autentiche sperimentazioni culturali e sociali. Diversamente credo ci attaccheremmo alla zattera ogni volta più in balia dei venti e dei maremoti e trovandoci dopo ogni tempesta ogni volta un po’ in meno.




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POLITICA
29 febbraio 2012
Ridurre i Comuni, aumentare la democrazia.

Da 6 anni sono vicesindaco nel mio Comune: Vimercate, a due passi da Milano, Brianza per definizione. Un territorio ricco di storia e ancora molto ben conservato, soprattutto paragonato al contesto ambientale che lo circonda. Per studi e vocazione mi occupo di politiche culturali: penso che la Politica o è cultura o non è. E penso che dai modelli culturali passano tanto le buche nelle strade, quanto i servizi sociali e i modelli di sviluppo economico.

Da 3 anni sono convinto che in quest’area si potrebbero unire i Comuni, farne uno grande e fortemente decentrato, tanti uffici vicini ai cittadini, uffici sia fisici sia virtuali, con orari di apertura ampi (noi qualche anno fa lo abbiamo fatto con il nostro Spazio Città). Penso che un grande Comune possa avere la forza  di affrontare i problemi impellenti su cui i cittadini chiedono risposte: portare la metropolitana, ridurre l’impatto di Pedemontana, affrontare i temi della mobilità, gestire meglio e in modo meno disordinato il territorio rimasto libero e soprattutto rilanciare il tessuto economico del distretto dell’alta tecnologia (ex IBM, ex Telettra, ST ….), dare spazi e opportunità agli studenti delle superiori, migliorare il sistema dei servizi sociali soprattutto domiciliari.

Sono i temi chiave del futuro di questo territorio. E sono quelli su cui i cittadini chiedono risposte, tanto che li si incontri in piazza o al mercato, al ricevimento pubblico del martedì sera in Comune, piuttosto che su Facebook.

Ma questi temi non li può seriamente affrontare nessuno dei nostri Comuni da solo. Da qui l’idea dell’Unione dei Comuni del Molgora: un soggetto forte, grande, decentrato, autorevole. Con il peso e le risorse per affrontare quelle tematiche. Un luogo dove le diverse comunità non scompariranno, troveranno anzi un luogo per ragionare del proprio futuro.

Io ci credo. Ci si può arrivare anche per piccoli passi, se serve. Qui, da quasi trent’anni, ad esempio, i servizi bibliotecari si fanno insieme e il Sistema Bibliotecario del Vimercatese ha parametri di qualità tra i più alti d’Italia. E costi bassissimi (e nessuna indennità per gli organi politici, da sempre). Da quindicianni qualcosa di simile sta avvenendo anche per i servizi sociali.

Allora avanti tutta. Con giudizio, ma anche con coraggio.

Io credo che l’idea non riguardi solo noi. Credo che avere Comuni più forti ed efficienti significhi anche maggior democrazia: razionalizzare le spese, utilizzare meglio i diversi talenti, ottimizzare i ruoli di dirigenza. E perché no, anche meno poltrone, magari più pesanti. Posti utili a qualcosa, che diano risposte. E non per cadere nella retorica dei costi della politica, tanto più che le indennità di sindaci e assessori son davvero poca cosa. Ma invece che ridurne il numero, come è stato fatto, così da avere pochi assessori che fanno sempre più cose in un territorio piccolo e con scarse risorse, è forse meglio avere un numero di persone maggiore che però possano fare bene il loro pezzo, seppur meno ampio, ma su un territorio più vasto e per un numero superiore di cittadini.

http://beneincomune.wordpress.com/




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POLITICA
30 gennaio 2012
Innovare i paesi per innovare il Paese

efficienza, qualità, servizi per un nuovo municipalismo

Sono convinto che le identità delle comunità locali sono un bene prezioso, una peculiarità del nostro Paese e un elemento positivo di tutela del territorio e di integrazione nella dimensione globale. Un elemento di garanzia dallo smarrimento dell'anima in una indistinta globalità.

Ma questo è cosa differente dal livello gestionale ottimale dei servizi. Il nostro approccio all’accorpamento e alla fusione dei Comuni può e deve caratterizzarsi per un riformismo intenso e dolce. Scevro da ogni tecnicismo e da ogni freddezza algebrica da un lato e da ogni campanilismo ideologico dall’altro, deve preservare il valore della comunità, anche la più piccola, con le proprie tradizioni, i propri simboli, il proprio nome, le proprie radici, scindendolo dal livello ottimale di gestione dei servizi. Quest’ultimo deve garantire efficienza, strumenti validi di tutela, la forza politica di rappresentare quella realtà territoriale nella competizione positiva con gli altri e nel confronto con i livelli e le articolazioni superiori.

Insomma occorre un comunitarismo autentico, radici e tradizioni come base per l'apertura, glocalismo ed efficienza, e un pizzico di concretezza, il tutto mischiato in salsa europea, con attenzione a quanto la tecnologia ci offre. Questo è l'animus e l'anima della nostra proposta.

E’ necessario mettere in campo meccanismi di incentivazione per accompagnare i Comuni, non solo quelli piccoli, ad aggregarsi ed, in ultima analisi, a fondersi: fusioni che possono vedere un’ottimizzazione dei servizi, del personale, della classe politica.

E' questa una proposta di cui sono convinto da tempo, da quando nell’ottobre del 2009 ho proposto pubblicamente l’opportunità di fondere in un unico Comune i Comuni del Vimercatese.

Oggi tale processo trova diverse attenzioni. E’ venuto il tempo di sviluppare proposte concrete, prevedendo, ad esempio, incentivi crescenti in base al grado di integrazione raggiunto dai Comuni fino ad arrivare ad un’autonomia fiscale sulla falsariga del modello istituzionale francese.

L’articolo 12 della legge delega in materia di federalismo fiscale – finora inattuato – apre il varco alle sperimentazioni. Si potrebbe da subito destinare agli enti locali che attuano i processi di aggregazione una maggior percentuale della quota IMU di competenza, l’alleggerimento dei vincoli del patto di stabilità, una maggiore compartecipazione all'IVA, deroghe nelle assunzioni rispetto alle sostituzioni di maternità e di pensionamento; destinare, inoltre, risorse regionali (non necessariamente finanziarie) per facilitare, in via sperimentale per un numero definito di anni, la gestione associata di competenze.

Un percorso serio su aggregazioni e fusioni significa attuare il federalismo per davvero, avvicinando ai cittadini il luogo delle risposte, nel superamento delle province, immaginandoci e pensandoci, nello stesso tempo, sempre di più in una dimensione politica europea, verso il superamento degli stati nazionali.

Una visione su cui sempre di più il Partito Democratico si deve impegnare e caratterizzare.
 




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CULTURA
9 agosto 2011
Perdersi nella Bascarsija
Perdersi nei vicoli attorno alla Bascarsija come nei sentieri interrotti di heiddeggeriana memoria. Incontrare persone di ogni parte del mondo attratte dal fascino di questa Gerusalemme europea. Ascoltare lingue diverse. Suoni di campane e canti di muezzin. Il rumore dell'acqua delle fontane. Le luci e le ombre di una calda giornata estiva e la frescura sotto tigli secolari mossi dal vento. Negozi di spezie e di lattonieri, e q breve distanza, modernissime marche occidentali. Cevapi e jogurt per cena. E poi caffè turco con likum (che amo dai giorni del Monte Athos). E alla fine ti trovi a mangiare anche una variante dello gnocco fritto. I credenti affollano le mosche in questi giorni di ramadam. Sta sorgendo una nuova grande biblioteca che renderà accessibile il fondo di Gazi Husrev Bey che da 600 anni raccoglie la sapienza ottomana: teologia, filosofia, scienze. Intanto nella grande biblioteca bruciata dalla guerra tornerà ad aver sede il Municipio. Come un tempo. Ma quei libri salvati dal fanatismo della spagna della Reconquista non hanno raggiunto l'era del digitale e sono perduti per sempre i "possibili percorsi, le mappe, le memorie, l'aiuto degli altri". Sarajevo e le sue persone. Ne hanno viste tante. Sono passati tanti dominatori. Le diverse culture hanno trovato quasi sempre percorsi per sopravvivere. Cosi' nella piazza Oslobodenje (della Liberazione) tra giocatori di scacchi giganti e busti di uomini di cultura incappi in una statua wendersiana: un uomo avvolto in un planifero stilizzato circondato di colombi. La scritta, in italiano, recita: "L'uomo multiculturale costruirà il mondo. Sarajevo 1997".



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CULTURA
13 aprile 2011
umanesimo, prassi, Politica
L'illuminazione me l'ha data Odile Decq l'altra sera alla bellissima serata di presentazione dell'Associazione per Riccardo Sarfatti. Come spesso accade e tanta letteratura ci ha insegnato lo sguardo dell'altro è sempre illuminante. In effetti se c'è un tratto peculiare della cultura e dell'antropologia italiana, perfino nelle drammatiche parodie che negli ultimi anni hanno dominato la scena, è nell'umanesimo creativo, intraprendente tipico della cultura rinascimentale, l'epoca in cui questo Paese ha dato il meglio di se in tutti i campi. Un'idea integrale complessa/complessiva dell'uomo. Un uomo leonardesco. Con la cultura del rischio al centro del racconto. Il binomio rischio/innovazione più che quello speranza/disperazione, due facce, queste ultime,  di una stessa medaglia mentale/fatalista/idealista che si contrappone all'homo faber che ama la zappa, che sente l'unicum tra corpo e mente. Non credo agli specialismi. Credo siano un pericolo. Da quell'idea (rinascimentale) di unitarietà mi convince passa tutto, perchè in effetti credo che tutto è politica, e che la politica (e la filosofia) è la non specializzazione per eccellenza. La politica riguarda tutti i soggetti di una comunità, e non esclusivamente chi fa politica attiva. L'uomo è per natura un animale politico perchè è comunitario, sociale. E nessun fatto, o atto della vita si sottrae alla politica. Questo si associa ad una concezione della Politica come prassi. Comportamento quotidiano. Scelte e azioni nel proprio agire quotidiano e professionale. Oggi la linea sottile tra democrazia e populismo mette in discussione la sensatezza in sé di quel fragile e tutto sommato recente strumento che è la democrazia rappresentativa, con tutti i suoi strumenti: partiti, eletti, etc. Tra i cardini di un necessario ripensamento c'è la differenza tra cittadino e popolo. C'è l'idea che esiste un 'interesse di ciascuno all'interesse generale (e non un astratto Bene Comune). C'è il nodo di quale educazione, quale pedagogia per quale società. Maieutica o dottrinale. Pensare questo in un momento così negativo per l'immagine che certa politica da di sé può sembrare astratto ed è invece motivante. E' il senso di un cammino che val la pena di fare anche quando la salita è più impervia. Arte, politica, cultura, filosofia sono parti di uno stesso campo semiologico/ontologico. E' in fondo per me rappresentano la risposta alla domanda che cos'è la vita/come si vive con pienezza. Da oggi con una nuova consapevolezza rinascimentale.



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DIARI
31 dicembre 2010
12 chicchi d'uva ...

L’anno finisce a Barcellona. La casa di Silvia e Lucia, un po’ fredda… non ci son caloriferi, ha un’invidiabile vista sulla Sagrada Familia e sul parchetto sottostante. All’angolo un semplicissimo campo di bocce dove signori neanche troppo attempati si divertono tutti i giorni. L’angolo verde, il punto di riciclaggio del quartiere, dove consegnare ma anche recuperare oggetti che qualcun’altro ha scartato (ordinato e centrale, a due passi dalla Sagrada, non come da noi che a dispetto del cambio di nome le isole ecologiche son comunque vissute come discariche da nascondere). Pochi passi su via Lepanto e arrivi al centro cívico: un grande mercato coperto con banchi fissi, sopra un supermercatino, la biblioteca, i servizi… tutto insieme. E poi panchine. Di Barcellona mi ha sempre colpito la quantita’ di panchine e cestini. E in generale la concezione dello spazio pubblico. Ogni progetto dei tanti che ormai da vent’anni la ridisegnano e’ pensato come spazio pubblico. Mentre da noi l’idea e’ quella di ottimizzare uno spazio privato in cui rinchiudersi. Non amo i modelli e non son tanto esterofilo. Pero’ ogni volta che passo qualche giorno qui (la quarta in 20 anni quasi, neanche tanto spesso) penso che ci sia una visione di comunita’, il senso di un costruire per un vivere civile, per sviluppare spazi per tutti. E anche quando si costruiscono case (cosa da noi vista come privatissima) si pensa allo spazio comune che si va a creare. Questa e’ ed e’ stata la mia aspirazione come amministratore (nell’anno che si apre il mio mandato di assessore e vicesindaco va a concludersi). Questo puo’ ben riassumere gli sforzi e le fatiche (non poche) di questo 2010 e le aspettative per l’anno che si apre. Molti dicono che sono un ottimista. Io piu’ che altro credo all’ottimismo della volonta’. Credo che occorra aver in mente dove si vorrebbe che andasse la nave e provar a dare il proprio contributo per remare in quella direzione. Ma questo comporta trovare il modo, discutendo, di concordare la direzione. E non remare ognuno per conto suo. Ecco una societa’ con piu’ noi e meno io. Secondo me e’ la traccia, il solco da seguire. La matrice. In questi giorni stando un po’ piu’ in casa del mio solito mi son risentito qualche cd di De Gregori, Dalla, De Andre’ etc. Come mi e’ gia’ capitato di pensare e` li’ che si annida in profondo un’idea progresista, di una societa’ aperta (e dei suoi nemici). Alcuni elementi di fondo, direi un sapore prima ancora che un’idea precisa. Smisurata preghiera scriveva De Andre’ in vista di un nuovo millennio che non avrebbe visto. L’anno che verra´ scriveva Dalla con tutta la sua ironia. Natale di seconda mano De Gregori… solo per citare tre esempi che si prestano a quei giorni un po’ speciali con cui ogni anno finisce dicembre. Ma poi ce n’e’ per tutti i giorni. E ogni giorno si tratta di scegliere. Tra apertura e chiusura. Tra rischio e difesa. Tra curiosita’ e paura. In fondo tra il noi e l’io. Ancora. Tra umanesimo e misantropía se vogliamo. Tra cultura e natura per qualcun’altro. Cosi’ con un cenone leggero preparato in casa con i prodotti di questo mercato comunale, e uno sguardo alla Sagrada Familia si concludera’ anche questo 2010. Pensando soprattutto ad alcuni nuovi incontri, ad alcune sorprese, a chi ha condiviso fatiche e speranze… e anche a qualcuno che non c’e’ piu’. Il 2011 si presenta impegnativo. Ma per chi come me pende sempre per un lato della demarcazione sopra descritta un anno nuovo promette sempre nuove scelte, nuovi rischi, nuovi incontri. Per questo mi piace. Prendendo l’aereo domattina e tornando a casa portero’ ancora una volta questo modello (un modello debole, cioe’ dolce, non ideologico) e le energie per provare a darci dentro perche’ dalle nostre parti il vento cominci un po’ a cambiare. Non sara’ breve credo, ne’ facile. I solchi son profondi. Il cammino per uscire dall’individualismo e dalla superficialita’ in cui ci immergiamo sempre di piu’ da quasi trent’anni, e che non risparmia nessuno, non e’ breve e non prevede scorciatoie. Ma e’ anche un bel cammino da fare. Soprattutto se fatto insieme. Con un po’ di allegria, con lo spirito di una sana gita in montagna. Qualche racconto. Qualche canzone. E dandosi ogni tanto la mano.


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permalink | inviato da robertorampi il 31/12/2010 alle 17:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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